Chi cerca come pulire gli interni dell’auto trova quasi sempre la stessa cosa: una ricetta. Un prodotto, un panno, una sequenza di gesti. Il problema è che l’abitacolo non è una superficie sola. In un metro quadrato convivono pelle, alcantara, tessuti, plastiche morbide, finiture lucide, schermi e vetri — materiali con nature diverse, che chiedono cure diverse. Ed è il motivo per cui quasi ogni consiglio valido per uno di loro è rischioso per un altro.
Per questo la domanda giusta non è “come si pulisce”, ma “cosa sto per pulire”. Questa guida serve esattamente a quello: riconoscere i materiali del tuo abitacolo, capire cosa li mantiene belli e cosa li consuma — e con quali criteri giudicare una pulizia, tua o di chiunque altro.
Questa pagina fa parte di come si mantiene un’auto con coating, PPF o wrapping, e si occupa delle superfici dell’abitacolo.
La regola che viene prima di tutto: mai strofinare sporco solido
Polvere, sabbia, briciole: gran parte dello sporco di un abitacolo è fatto di particelle solide, e molte sono abrasive. Qualsiasi panno passato sopra non le rimuove: le trascina. È così che nascono i segni sulle plastiche lucide e l’usura precoce dei tessuti.
Per questo ogni pulizia seria degli interni comincia da un’aspirazione accurata — sedili, moquette, pieghe, guide, cuciture — prima che qualsiasi cosa tocchi le superfici. È la stessa logica con cui, sulla carrozzeria, lo sporco si scioglie e si porta via senza contatto prima del lavaggio a mano. Il criterio da portarsi a casa è semplice: se sotto il panno senti “grattare”, non stai pulendo — stai levigando.

Ogni materiale ha le sue regole (e i suoi nemici)
Una volta tolto lo sporco superficiale, il resto del lavoro dipende da cosa si sta davvero pulendo. Ogni materiale ha una chimica diversa — e quindi un nemico diverso, spesso opposto a quello degli altri. Ma c’è un principio che li accomuna quasi tutti: il sole e i prodotti aggressivi non sono nemici indipendenti, si sommano. Il sole asciuga gli oli della pelle, indebolisce le fibre dei tessuti, altera la struttura delle plastiche — e un materiale già provato dal sole regge peggio anche ai detergenti sbagliati, non solo al sole stesso.
È qui che entra in gioco un rivestimento nanoceramico, che agisce su due tempi diversi. Applicato prima che il danno arrivi, protegge — pelle, tessuti e plastiche allo stesso modo. Applicato dopo, su un materiale già segnato, può recuperarne parte, ma entro un limite: oltre quella soglia, l’unica soluzione reale è rifare la superficie. Per plastiche e pelle significa riverniciare; per i tessuti, dove la texture non si può verniciare, la strada è quella del tappezziere. Ed è anche il limite oltre cui nessun prodotto di pulizia, per quanto buono, può davvero risolvere il problema — la pulizia mantiene, non recupera.
La pelle
La pelle di un interno auto è un materiale che invecchia bene solo se mantiene la sua elasticità. Il suo nemico non è lo sporco: sono i detergenti sbagliati. Gli sgrassatori universali e i prodotti pensati per le plastiche portano via, insieme allo sporco, anche gli oli che la mantengono morbida: il risultato non si vede subito, ma dopo qualche mese la superficie si secca, perde tono e comincia a segnarsi. La pelle si pulisce con detergenti nati per la pelle, e periodicamente si nutre — due gesti diversi, con due scopi diversi.
Un caso a parte è la pelle trattata con una protezione dedicata: lì la manutenzione cambia, perché a essere pulita è la protezione, non la pelle nuda — e i prodotti devono esserle compatibili. Ne parliamo nella guida alla protezione degli interni in pelle.
L’alcantara e i tessuti
L’errore più comune con l’alcantara è trattarla come pelle. Non lo è: è una microfibra, e i prodotti per la pelle la impregnano, appiattendo quella texture vellutata che è la sua ragione d’essere. Ha bisogno di cure sue — delicate, mirate, con pochissima umidità. Le abbiamo dedicate una guida specifica: il trattamento dell’alcantara.
I tessuti, dal canto loro, perdonano poco l’acqua in eccesso: bagnarli a fondo senza poterli estrarre significa aloni in superficie e umidità che ristagna nelle imbottiture — dove diventa odore. Il criterio: sul tessile, meno liquido possibile, e mai più di quanto si riesca a riprendere.
Le plastiche e le finiture delicate
Plancia, console, pannelli: qui il rischio non è rovinare, è “truccare”. I lucidanti aggressivi lasciano quell’effetto lucido-unto che sembra pulizia e non lo è: attira polvere, si stampa sulle dita e nelle giornate di sole si riflette sul parabrezza. Una plastica curata bene ha una finitura opaca o satinata, come uscita dalla fabbrica.
Attenzione poi alle superfici più delicate: le finiture lucide piano black si rigano con la stessa facilità di uno schermo, e il cielo — il rivestimento del tetto — è la parte più fragile dell’abitacolo: è tenuto da adesivi che acqua e calore possono scollare, in modo irreversibile. È la zona dove la mano leggera non è una raffinatezza: è l’unica opzione.
I vetri interni
Il vetro più trascurato dell’auto è l’interno del parabrezza — proprio perché è scomodo da raggiungere bene, è anche quello che si pulisce meno spesso. Le plastiche della plancia rilasciano nel tempo un velo sottile che, insieme alla condensa, forma quella patina che di giorno non si vede — e di notte, in controluce, trasforma i fari di chi arriva in un riverbero.
Su un vetro che non si pulisce da tempo, un solo passaggio spesso non basta: conviene partire con uno sgrassante dedicato — va bene anche l’alcol isopropilico diluito — e chiudere poi con il detergente per vetri, usando un panno dedicato solo ad essi: un panno che ha già toccato altri prodotti non fa che spostare aloni.
Un rivestimento protettivo nanoceramico specifico per i vetri, infine, non evita che il velo si riformi, ma rende la superficie più facile da pulire quando lo si fa — riducendo lo sforzo di un’operazione che, per come è scomoda, si finisce spesso per rimandare.
Gli strumenti dicono il metodo
C’è un modo rapido per capire se chi pulisce un abitacolo — in casa o in un’officina — ragiona per materiali: guardare gli strumenti. Chi tratta gli interni come una superficie sola usa un panno e un pennello. Chi li tratta per quello che sono ne usa molti, e diversi.
Vale per i pennelli: le setole naturali, le più morbide, per le superfici che segnano al minimo tocco — finiture lucide, pelle; le sintetiche, in durezze crescenti, per tessuti, moquette e plastiche testurizzate; teste strette e manici lunghi per bocchette e fessure. Ogni materiale e ogni geometria hanno il loro strumento.
E vale per le microfibre, che non sono “la microfibra”: cambiano densità e trama a seconda del compito, e soprattutto non si mescolano — il panno dei vetri fa solo i vetri, quello che ha toccato un prodotto non torna su una superficie diversa. È lo stesso principio della prima regola: lo strumento sbagliato, o contaminato, trasporta il problema invece di rimuoverlo.
Non serve possedere tutto questo. Serve sapere che esiste: è un criterio di giudizio, non una lista della spesa. Gli strumenti di chi lavora raccontano il metodo prima di qualsiasi parola.

I rimedi della nonna: perché sembrano funzionare, e cosa fanno davvero
Bicarbonato, aceto, sapone per piatti, vaporella: il fai-da-te “naturale” gode di ottima stampa, e va detto con onestà — questi rimedi puliscono davvero. Il punto è capire come lo fanno, perché è lì che si nasconde il conto.
- Il bicarbonato pulisce perché è un abrasivo fine: è la sua natura. Sulle superfici delicate lavora come una carta finissima, e nei tessuti una parte resta tra le fibre, pronta a riaffiorare.
- L’aceto scioglie perché è un acido: perfetto sul calcare del lavello, aggressivo su pelle e finiture che con gli acidi non hanno mai avuto un buon rapporto.
- Il sapone per piatti sgrassa benissimo — troppo bene: è progettato per portare via ogni traccia di grasso, compresi gli oli che mantengono elastica la pelle.
- Il vapore igienizza davvero, ma calore e umidità spinti senza controllo non distinguono tra un tessuto robusto, una pelle, un adesivo del cielo o l’elettronica di bordo. In mani esperte è uno strumento; usato ovunque, è una scommessa.
Il criterio, ancora una volta, non è “funziona / non funziona”. È: questo rimedio pulisce rispettando il materiale, o pulisce a sue spese? La differenza raramente si vede il giorno stesso. Si vede dopo mesi — quando è tardi.
Quando pulire non basta
C’è poi un confine oltre il quale la pulizia domestica, anche fatta con criterio, si ferma. Una macchia penetrata nell’imbottitura tornerà a riaffiorare anche se la superficie è perfetta: serve un lavaggio a estrazione, che inietta e riprende la soluzione dal profondo del tessile. Un odore persistente non si copre con un profumatore: si tratta — con tecnologie di igienizzazione come l’ozono, che azzera ciò che trova ma non spegne la causa che l’ha prodotto.
Questi interventi non escono dal perimetro domestico per gelosia di mestiere: escono perché richiedono strumenti dedicati e, prima ancora, il giudizio per sapere quale materiale li tollera e quale no. È la differenza tra mantenere un abitacolo e rigenerarlo.
Il miglior alleato di chi fa da sé: la frequenza
Se c’è un consiglio onesto da dare a chi vuole occuparsi da sé dei propri interni, non riguarda un prodotto: riguarda il calendario. Lo sporco appena arrivato è semplicemente appoggiato alle superfici. Col tempo — il calore dell’abitacolo, la luce, l’uso — vi si lega: il sebo delle mani si fissa su volante e comandi, le macchie penetrano nelle fibre, la polvere viene macinata nelle trame a ogni seduta.
La conseguenza è una proporzione semplice: più la pulizia è frequente, più può essere delicata. Su sporco fresco bastano strumenti basici e una chimica gentile, a pH neutro; su sporco che ha avuto tempo servono prodotti più aggressivi o azione meccanica — ed è lì che i materiali pagano il conto. Pulire spesso non è pulire di più: è pulire con meno. Non a caso è lo stesso principio su cui si costruisce qualsiasi programma di cura professionale: la cadenza fa la delicatezza.
Il criterio finale
Il valore di un abitacolo sta nei suoi materiali — ed è un valore che si conserva conoscendoli. Vale se gli interni li curi tu, e vale il doppio se li affidi a qualcuno: chi tocca la tua auto dovrebbe saper riconoscere i materiali prima ancora di scegliere un prodotto.
Se c’è una cosa da portarsi via da questa guida, è la domanda da fare a chiunque proponga di pulire i tuoi interni. Non è “quanto costa”: è “come trattate l’alcantara?”. E se puoi, guarda gli strumenti. Tra la risposta e il carrello dei pennelli, saprai tutto quello che ti serve.
Chi cerca come pulire gli interni dell’auto trova quasi sempre la stessa cosa: una ricetta. Un prodotto, un panno, una sequenza di gesti. Il problema è che l’abitacolo non è una superficie sola. In un metro quadrato convivono pelle, alcantara, tessuti, plastiche morbide, finiture lucide, schermi e vetri — materiali con nature diverse, che chiedono cure diverse. Ed è il motivo per cui quasi ogni consiglio valido per uno di loro è rischioso per un altro.
Per questo la domanda giusta non è “come si pulisce”, ma “cosa sto per pulire”. Questa guida serve esattamente a quello: riconoscere i materiali del tuo abitacolo, capire cosa li mantiene belli e cosa li consuma — e con quali criteri giudicare una pulizia, tua o di chiunque altro.
Questa pagina fa parte di come si mantiene un’auto con coating, PPF o wrapping, e si occupa delle superfici dell’abitacolo.
La regola che viene prima di tutto: mai strofinare sporco solido
Polvere, sabbia, briciole: gran parte dello sporco di un abitacolo è fatto di particelle solide, e molte sono abrasive. Qualsiasi panno passato sopra non le rimuove: le trascina. È così che nascono i segni sulle plastiche lucide e l’usura precoce dei tessuti.
Per questo ogni pulizia seria degli interni comincia da un’aspirazione accurata — sedili, moquette, pieghe, guide, cuciture — prima che qualsiasi cosa tocchi le superfici. È la stessa logica con cui, sulla carrozzeria, lo sporco si scioglie e si porta via senza contatto prima del lavaggio a mano. Il criterio da portarsi a casa è semplice: se sotto il panno senti “grattare”, non stai pulendo — stai levigando.

Ogni materiale ha le sue regole (e i suoi nemici)
Una volta tolto lo sporco superficiale, il resto del lavoro dipende da cosa si sta davvero pulendo. Ogni materiale ha una chimica diversa — e quindi un nemico diverso, spesso opposto a quello degli altri. Ma c’è un principio che li accomuna quasi tutti: il sole e i prodotti aggressivi non sono nemici indipendenti, si sommano. Il sole asciuga gli oli della pelle, indebolisce le fibre dei tessuti, altera la struttura delle plastiche — e un materiale già provato dal sole regge peggio anche ai detergenti sbagliati, non solo al sole stesso.
È qui che entra in gioco un rivestimento nanoceramico, che agisce su due tempi diversi. Applicato prima che il danno arrivi, protegge — pelle, tessuti e plastiche allo stesso modo. Applicato dopo, su un materiale già segnato, può recuperarne parte, ma entro un limite: oltre quella soglia, l’unica soluzione reale è rifare la superficie. Per plastiche e pelle significa riverniciare; per i tessuti, dove la texture non si può verniciare, la strada è quella del tappezziere. Ed è anche il limite oltre cui nessun prodotto di pulizia, per quanto buono, può davvero risolvere il problema — la pulizia mantiene, non recupera.
La pelle
La pelle di un interno auto è un materiale che invecchia bene solo se mantiene la sua elasticità. Il suo nemico non è lo sporco: sono i detergenti sbagliati. Gli sgrassatori universali e i prodotti pensati per le plastiche portano via, insieme allo sporco, anche gli oli che la mantengono morbida: il risultato non si vede subito, ma dopo qualche mese la superficie si secca, perde tono e comincia a segnarsi. La pelle si pulisce con detergenti nati per la pelle, e periodicamente si nutre — due gesti diversi, con due scopi diversi.
Un caso a parte è la pelle trattata con una protezione dedicata: lì la manutenzione cambia, perché a essere pulita è la protezione, non la pelle nuda — e i prodotti devono esserle compatibili. Ne parliamo nella guida alla protezione degli interni in pelle.
L’alcantara e i tessuti
L’errore più comune con l’alcantara è trattarla come pelle. Non lo è: è una microfibra, e i prodotti per la pelle la impregnano, appiattendo quella texture vellutata che è la sua ragione d’essere. Ha bisogno di cure sue — delicate, mirate, con pochissima umidità. Le abbiamo dedicate una guida specifica: il trattamento dell’alcantara.
I tessuti, dal canto loro, perdonano poco l’acqua in eccesso: bagnarli a fondo senza poterli estrarre significa aloni in superficie e umidità che ristagna nelle imbottiture — dove diventa odore. Il criterio: sul tessile, meno liquido possibile, e mai più di quanto si riesca a riprendere.
Le plastiche e le finiture delicate
Plancia, console, pannelli: qui il rischio non è rovinare, è “truccare”. I lucidanti aggressivi lasciano quell’effetto lucido-unto che sembra pulizia e non lo è: attira polvere, si stampa sulle dita e nelle giornate di sole si riflette sul parabrezza. Una plastica curata bene ha una finitura opaca o satinata, come uscita dalla fabbrica.
Attenzione poi alle superfici più delicate: le finiture lucide piano black si rigano con la stessa facilità di uno schermo, e il cielo — il rivestimento del tetto — è la parte più fragile dell’abitacolo: è tenuto da adesivi che acqua e calore possono scollare, in modo irreversibile. È la zona dove la mano leggera non è una raffinatezza: è l’unica opzione.
I vetri interni
Il vetro più trascurato dell’auto è l’interno del parabrezza — proprio perché è scomodo da raggiungere bene, è anche quello che si pulisce meno spesso. Le plastiche della plancia rilasciano nel tempo un velo sottile che, insieme alla condensa, forma quella patina che di giorno non si vede — e di notte, in controluce, trasforma i fari di chi arriva in un riverbero.
Su un vetro che non si pulisce da tempo, un solo passaggio spesso non basta: conviene partire con uno sgrassante dedicato — va bene anche l’alcol isopropilico diluito — e chiudere poi con il detergente per vetri, usando un panno dedicato solo ad essi: un panno che ha già toccato altri prodotti non fa che spostare aloni.
Un rivestimento protettivo nanoceramico specifico per i vetri, infine, non evita che il velo si riformi, ma rende la superficie più facile da pulire quando lo si fa — riducendo lo sforzo di un’operazione che, per come è scomoda, si finisce spesso per rimandare.
Gli strumenti dicono il metodo
C’è un modo rapido per capire se chi pulisce un abitacolo — in casa o in un’officina — ragiona per materiali: guardare gli strumenti. Chi tratta gli interni come una superficie sola usa un panno e un pennello. Chi li tratta per quello che sono ne usa molti, e diversi.
Vale per i pennelli: le setole naturali, le più morbide, per le superfici che segnano al minimo tocco — finiture lucide, pelle; le sintetiche, in durezze crescenti, per tessuti, moquette e plastiche testurizzate; teste strette e manici lunghi per bocchette e fessure. Ogni materiale e ogni geometria hanno il loro strumento.
E vale per le microfibre, che non sono “la microfibra”: cambiano densità e trama a seconda del compito, e soprattutto non si mescolano — il panno dei vetri fa solo i vetri, quello che ha toccato un prodotto non torna su una superficie diversa. È lo stesso principio della prima regola: lo strumento sbagliato, o contaminato, trasporta il problema invece di rimuoverlo.
Non serve possedere tutto questo. Serve sapere che esiste: è un criterio di giudizio, non una lista della spesa. Gli strumenti di chi lavora raccontano il metodo prima di qualsiasi parola.

I rimedi della nonna: perché sembrano funzionare, e cosa fanno davvero
Bicarbonato, aceto, sapone per piatti, vaporella: il fai-da-te “naturale” gode di ottima stampa, e va detto con onestà — questi rimedi puliscono davvero. Il punto è capire come lo fanno, perché è lì che si nasconde il conto.
- Il bicarbonato pulisce perché è un abrasivo fine: è la sua natura. Sulle superfici delicate lavora come una carta finissima, e nei tessuti una parte resta tra le fibre, pronta a riaffiorare.
- L’aceto scioglie perché è un acido: perfetto sul calcare del lavello, aggressivo su pelle e finiture che con gli acidi non hanno mai avuto un buon rapporto.
- Il sapone per piatti sgrassa benissimo — troppo bene: è progettato per portare via ogni traccia di grasso, compresi gli oli che mantengono elastica la pelle.
- Il vapore igienizza davvero, ma calore e umidità spinti senza controllo non distinguono tra un tessuto robusto, una pelle, un adesivo del cielo o l’elettronica di bordo. In mani esperte è uno strumento; usato ovunque, è una scommessa.
Il criterio, ancora una volta, non è “funziona / non funziona”. È: questo rimedio pulisce rispettando il materiale, o pulisce a sue spese? La differenza raramente si vede il giorno stesso. Si vede dopo mesi — quando è tardi.
Quando pulire non basta
C’è poi un confine oltre il quale la pulizia domestica, anche fatta con criterio, si ferma. Una macchia penetrata nell’imbottitura tornerà a riaffiorare anche se la superficie è perfetta: serve un lavaggio a estrazione, che inietta e riprende la soluzione dal profondo del tessile. Un odore persistente non si copre con un profumatore: si tratta — con tecnologie di igienizzazione come l’ozono, che azzera ciò che trova ma non spegne la causa che l’ha prodotto.
Questi interventi non escono dal perimetro domestico per gelosia di mestiere: escono perché richiedono strumenti dedicati e, prima ancora, il giudizio per sapere quale materiale li tollera e quale no. È la differenza tra mantenere un abitacolo e rigenerarlo.
Il miglior alleato di chi fa da sé: la frequenza
Se c’è un consiglio onesto da dare a chi vuole occuparsi da sé dei propri interni, non riguarda un prodotto: riguarda il calendario. Lo sporco appena arrivato è semplicemente appoggiato alle superfici. Col tempo — il calore dell’abitacolo, la luce, l’uso — vi si lega: il sebo delle mani si fissa su volante e comandi, le macchie penetrano nelle fibre, la polvere viene macinata nelle trame a ogni seduta.
La conseguenza è una proporzione semplice: più la pulizia è frequente, più può essere delicata. Su sporco fresco bastano strumenti basici e una chimica gentile, a pH neutro; su sporco che ha avuto tempo servono prodotti più aggressivi o azione meccanica — ed è lì che i materiali pagano il conto. Pulire spesso non è pulire di più: è pulire con meno. Non a caso è lo stesso principio su cui si costruisce qualsiasi programma di cura professionale: la cadenza fa la delicatezza.
Il criterio finale
Il valore di un abitacolo sta nei suoi materiali — ed è un valore che si conserva conoscendoli. Vale se gli interni li curi tu, e vale il doppio se li affidi a qualcuno: chi tocca la tua auto dovrebbe saper riconoscere i materiali prima ancora di scegliere un prodotto.
Se c’è una cosa da portarsi via da questa guida, è la domanda da fare a chiunque proponga di pulire i tuoi interni. Non è “quanto costa”: è “come trattate l’alcantara?”. E se puoi, guarda gli strumenti. Tra la risposta e il carrello dei pennelli, saprai tutto quello che ti serve.
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FAQ
LEGGI QUI LE RISPOSTE AD ALCUNE TRA LE DOMANDE PIU’ FREQUENTI:
Cos’è la nanotecnologia?
E’ un ramo della scienza che si occupa del controllo e della manipolazione della materia su scala dimensionale nanometrica (un miliardesimo di metro). A livello “nano”, i comportamenti e le caratteristiche della materia si modificano in modo notevole con proprietà e funzionalità che vanno fondamentalmente in due direzioni: o sono notevolmente migliorate o sono completamente nuove.
Cos’è Ceramic Pro?
E’ un liquido trasparente a base di biossido di silicio composto di nanomolecole. Una volta applicato, le nanomolecole riempiono gli spazi vuoti esistenti sulla superficie fino a formare una barriera che isola il substrato originale dai contaminanti del mondo esterno.
Ceramic Pro può danneggiare la mia auto?
No. Ceramic Pro è assolutamente sicuro, per qualsiasi superficie. Non danneggia vernice o trasparente e non inficia la garanzia originale della tua auto.
Ceramic Pro può nel tempo crepare, pelare o ingiallire?
No. Tutti i prodotti Ceramic Pro sono sottoposti a severi test da parte di SGS, che ne garantiscono l’assoluta affidabilità anche in questo senso.
Ceramic Pro è un’alternativa alla cera?
Sì, una alternativa di gran lunga più performante, sotto tutti i punti di vista, e durevole. Una volta applicato il Ceramic Pro non c’è più bisogno di alcuna cera o altro protettivo. La manutenzione a tuo carico richiede solo lavaggio con acqua e detersivo neutro.
Posso acquistare e applicare da solo Ceramic Pro?
No. Il Ceramic Pro può essere venduto ed applicato esclusivamente da centri certificati ed autorizzati. Ogni altra soluzione, oltre a rischiare di creare danni alla superficie e compromettere il risultato finale, fa decadere ogni diritto alla garanzia.
È applicabile anche su veicoli opachi?
Sì. Anzi, proprio perché i trasparenti opachi sono particolarmente problematici in tema di mantenimento e manutenzione, l’applicazione del Ceramic Pro è ancora più utile e funzionale.
La protezione contro i graffi è assoluta?
La durezza del Ceramic Pro è tre volte superiore a quella di un tradizionale trasparente. Ciò aumenta notevolmente la resistenza della superficie, ma, nonostante ciò, non è possibile fornire una garanzia assoluta contro graffi, scheggiature e abrasioni. Eventuali difetti eventualmente creatisi al di sopra dello strato di base verniciante, però, possono essere molto più facilmente ripristinati.
Che tipo di manutenzione è necessaria?
Per una corretta manutenzione è sufficiente lavare a mano periodicamente la vettura, con solo detergente neutro. Oltre a questo è necessario svolgere, presso il nostro centro, il ciclo di mantenimento annuale.
In cosa consiste l’attività di mantenimento?
Si tratta di un passaggio annuale presso il nostro centro al fine di una verifica dello stato della protezione ed il ripristino di eventuali particelle superficiali di prodotto deteriorate. Il prezzo di tale attività è già incluso nel costo del pacchetto acquistato.
Viene fornita una garanzia con Ceramic Pro?
Sì, per il periodo indicato in funzione del tipo di trattamento (da due anni fino a vita). La validità della garanzia è subordinata alla puntuale esecuzione del ciclo di mantenimento.
Quanto costa Ceramic Pro?
Dipende dal pacchetto scelto, dalle dimensioni e dalle condizioni del veicolo da trattare. Per dare comunque un riferimento, si parte dai 600 Euro fino ad arrivare a circa 3000 per la protezione a vita.
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Cos’è la nanotecnologia?
E’ un ramo della scienza che si occupa del controllo e della manipolazione della materia su scala dimensionale nanometrica (un miliardesimo di metro). A livello “nano”, i comportamenti e le caratteristiche della materia si modificano in modo notevole con proprietà e funzionalità che vanno fondamentalmente in due direzioni: o sono notevolmente migliorate o sono completamente nuove.
Cos’è Ceramic Pro?
E’ un liquido trasparente a base di biossido di silicio composto di nanomolecole. Una volta applicato, le nanomolecole riempiono gli spazi vuoti esistenti sulla superficie fino a formare una barriera che isola il substrato originale dai contaminanti del mondo esterno.
Ceramic Pro può danneggiare la mia auto?
No. Ceramic Pro è assolutamente sicuro, per qualsiasi superficie. Non danneggia vernice o trasparente e non inficia la garanzia originale della tua auto.
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No. Tutti i prodotti Ceramic Pro sono sottoposti a severi test da parte di SGS, che ne garantiscono l’assoluta affidabilità anche in questo senso.
Ceramic Pro è un’alternativa alla cera?
Sì, una alternativa di gran lunga più performante, sotto tutti i punti di vista, e durevole. Una volta applicato il Ceramic Pro non c’è più bisogno di alcuna cera o altro protettivo. La manutenzione a tuo carico richiede solo lavaggio con acqua e detersivo neutro.
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No. Il Ceramic Pro può essere venduto ed applicato esclusivamente da centri certificati ed autorizzati. Ogni altra soluzione, oltre a rischiare di creare danni alla superficie e compromettere il risultato finale, fa decadere ogni diritto alla garanzia.
È applicabile anche su veicoli opachi?
Sì. Anzi, proprio perché i trasparenti opachi sono particolarmente problematici in tema di mantenimento e manutenzione, l’applicazione del Ceramic Pro è ancora più utile e funzionale.
La protezione contro i graffi è assoluta?
La durezza del Ceramic Pro è tre volte superiore a quella di un tradizionale trasparente. Ciò aumenta notevolmente la resistenza della superficie, ma, nonostante ciò, non è possibile fornire una garanzia assoluta contro graffi, scheggiature e abrasioni. Eventuali difetti eventualmente creatisi al di sopra dello strato di base verniciante, però, possono essere molto più facilmente ripristinati.
Che tipo di manutenzione è necessaria?
Per una corretta manutenzione è sufficiente lavare a mano periodicamente la vettura, con solo detergente neutro. Oltre a questo è necessario svolgere, presso il nostro centro, il ciclo di mantenimento annuale.
In cosa consiste l’attività di mantenimento?
Si tratta di un passaggio annuale presso il nostro centro al fine di una verifica dello stato della protezione ed il ripristino di eventuali particelle superficiali di prodotto deteriorate. Il prezzo di tale attività è già incluso nel costo del pacchetto acquistato.
Viene fornita una garanzia con Ceramic Pro?
Sì, per il periodo indicato in funzione del tipo di trattamento (da due anni fino a vita). La validità della garanzia è subordinata alla puntuale esecuzione del ciclo di mantenimento.
Quanto costa Ceramic Pro?
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