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Chi ha fatto proteggere o rivestire la propria auto prima o poi incontra la stessa situazione. La superficie non è più liscia come prima, l’acqua non scivola via come il primo anno, oppure resta una macchia che il lavaggio non toglie. E da qualche parte, un forum o un conoscente, arriva il suggerimento: passaci la clay, dalle una lucidata.

La domanda che ne segue è sempre la stessa: si può fare sulla mia?

Cercando una risposta si trovano posizioni molto diverse fra loro. Alcuni produttori vietano l’operazione. Altri non la vietano, ma nelle condizioni di garanzia escludono i danni che ne derivano. Altri la ammettono entro un limite che non è riconoscibile mentre si lavora. E in commercio esistono prodotti presentati come adatti a qualunque pellicola.

Questa varietà di posizioni è già di per sé il dato più utile: significa che l’esito di un intervento del genere non è garantito da nessuno, nemmeno da chi produce i materiali.

Da qui segue la conclusione di questa pagina, che conviene anticipare. Alla domanda se si possa passare la clay o dare una lucidata alla propria pellicola non si risponde né sì né no. Si risponde che con una manutenzione regolare quella domanda non si presenta, perché la contaminazione non arriva al punto in cui serve energia meccanica per toglierla.

Questa pagina fa parte di come si mantiene un’auto con coating, PPF o wrapping e si occupa della decontaminazione e della lucidatura: di quando pulire non basta.

Lucidare significa due cose diverse

Una parte del malinteso è di vocabolario: nel linguaggio comune lucidare indica due operazioni molto diverse fra loro.

La prima è ravvivare: restituire lucentezza a una superficie che ce l’ha ancora, di solito aggiungendo qualcosa sopra. Non si toglie nulla, e l’operazione è reversibile.

La seconda è correggere: asportare materiale finché il difetto, un graffio o un’incisione, non è più visibile. Qui si consuma superficie, e ciò che è stato tolto non torna.

Quando qualcuno dice di aver dato una lucidata, chi ascolta non sa quale delle due cose sia successa. Su una vernice la differenza pesa poco, perché lo strato di trasparente è abbastanza spesso da assorbire entrambe. Su un rivestimento pesa molto, perché lo spessore disponibile è una frazione di quello e la seconda operazione lo attraversa.

Si può lucidare un coating?

Protezione e rivestimento non sono sinonimi

Un coating ceramico e una pellicola PPF, anche colorata, proteggono: sono progettati per questo, e si consumano al posto della vernice.

Un vinile da wrapping copre. Coprendo ripara anche la vernice dalla luce e dagli agenti atmosferici, ma è una conseguenza del coprire e non una funzione protettiva progettata: contro un sasso non fa da schermo, e un graffio profondo non si recupera. Ne abbiamo scritto in quanto dura davvero un wrapping in vinile.

In questa pagina i tre materiali stanno insieme perché hanno una cosa in comune: sopra la vernice c’è qualcosa di sottile. Questo basta a rendere sbagliati gli stessi gesti su tutti e tre, ma non a renderli equivalenti. Da qui in avanti, quindi, rivestimento indica tutti e tre; protezione soltanto coating e PPF.

Tre operazioni, in ordine di aggressività

Su una superficie che il lavaggio ordinario non ha pulito si può intervenire in tre modi.

Il primo è chimico. Un prodotto scioglie o converte il contaminante, che va via con il risciacquo; sulla superficie non agisce nulla di solido. È il modo meno invasivo dei tre, il che non significa che sia innocuo: fra un prodotto e l’altro la differenza di aggressività è ampia quanto quella fra la via chimica e quella meccanica.

Il secondo è meccanico. Un materiale — la clay, un panno abrasivo, una spugna dedicata — si appoggia sulla superficie e ci scorre sopra, catturando ciò che sporge. Deve toccare e deve strisciare: sono le condizioni del suo funzionamento.

Il terzo è la lucidatura. Un abrasivo consuma uno strato sottile di superficie, portando via il difetto insieme a una parte di ciò che lo circonda. Il suo oggetto è la superficie stessa, e non ciò che vi si è depositato.

Il criterio che li ordina è quello generale della manutenzione: il lavoro giusto è il meno aggressivo che risolve il compito. La difficoltà sta nello stabilire quale sia sufficiente, perché dipende da cosa c’è sopra la vernice.

La decontaminazione chimica

Sulla via chimica i produttori di pellicole e di coating concordano. Non si limitano ad ammetterla: la prescrivono.

I nomi che seguono torneranno più avanti. XPEL, SunTek, STEK e Kavaca producono pellicole per carrozzeria; 3M produce, fra le altre cose, i vinili da wrapping. Li citiamo come esempio, ed è un esempio scelto: appartengono tutti alla fascia alta del mercato. Le differenze che emergeranno non riguardano quindi prodotti economici, ma alcuni dei materiali migliori in circolazione.

Di ciascun produttore circolano due documenti distinti, che conviene tenere separati: le istruzioni di cura, cioè come chiedono che il materiale venga trattato, e le condizioni di garanzia, cioè cosa accettano di coprire. Non sempre dicono la stessa cosa.

Kavaca, per trasparenza, è la pellicola che applichiamo noi. Compare qui perché ha le condizioni più severe fra quelle che abbiamo letto.

Kavaca subordina la validità della copertura a un servizio periodico presso applicatore autorizzato, che comprende lavaggio, decontaminazione e ispezione; nel protocollo quella decontaminazione è esclusivamente chimica. XPEL prevede, per parte della gamma, un’ispezione annuale con la stessa struttura, e per la manutenzione ordinaria indica un detergente dedicato, alcol isopropilico per le macchie e un booster ceramico ogni sei mesi. STEK sconsiglia la via meccanica e indica al suo posto due decontaminanti chimici, uno per il catrame e uno per le particelle ferrose, che considera i contaminanti in grado di degradare il film. Anche i prodotti da banco pensati per rinnovare una pellicola seguono la stessa logica: abbinano un abrasivo leggero e un protettivo siliceo nello stesso flacone.

Pur divergendo su altri punti, questi produttori adottano la stessa sequenza: togliere con la minima energia, poi richiudere.

decontaminazione auto con ppf da residui ferrosi

Il secondo passaggio: rimettere uno strato sacrificale

Il secondo passaggio viene eseguito di rado. Quello che i produttori chiamano booster o topper non è un ritocco estetico: rimette uno strato sacrificale sopra il rivestimento. Finché quello strato è integro, la contaminazione si lega a lui, e toglierla significa lavorare chimicamente su qualcosa che verrà comunque rinnovato. È il motivo per cui su un’auto seguita in questo modo la superficie non arriva nella condizione in cui si propone di passarci sopra qualcosa di ruvido.

L’aggressività varia anche fra i prodotti chimici

Chimico però non vuol dire innocuo. Uno shampoo a pH neutro pensato per superfici rivestite e uno sgrassante alcalino da officina agiscono entrambi per via chimica, ma il secondo porta via l’idrorepellenza insieme allo sporco. Un solvente che scioglie il catrame è efficace, e su un vinile può attaccare i plastificanti che tengono elastica la pellicola. Un decontaminante ferroso agisce aggredendo il metallo: è ciò che deve fare, ed è la ragione per cui non lo si lascia agire a piacere.

Il criterio del minimo necessario, quindi, non vale soltanto fra le tre vie: vale anche dentro ciascuna. Fra i prodotti chimici esiste una scala che va da quelli studiati per un certo rivestimento fino a quelli che quel rivestimento lo portano via.

Perché si decontamina prima di valutare lo stato

C’è infine una ragione per cui la decontaminazione chimica viene per prima, e non riguarda la delicatezza: è quella che permette di sapere in che stato sia la protezione.

L’indicatore è il modo in cui la superficie tratta l’acqua. Una superficie contaminata però la tratta male anche quando la protezione sotto è intatta, perché ciò che si è ancorato la copre. Valutare lo stato prima di aver decontaminato significa leggere il contaminante e attribuirlo alla protezione, concludendo che è esaurita quando è soltanto sporca.

L’ordine corretto è quindi prima la decontaminazione chimica, poi la valutazione. E il prodotto usato per decontaminare non deve essere fra quelli che portano via l’idrorepellenza, altrimenti si finisce per misurare l’effetto del prodotto invece dello stato del rivestimento.

Lo stesso vale, in forma più netta, per la lucidatura: chi lucida prima di valutare non potrà più sapere in che stato fosse ciò che ha tolto.

Come lavora la decontaminazione chimica su una vernice non protetta l’abbiamo raccontato in la decontaminazione della carrozzeria. Qui interessa il caso opposto: quando non basta, o quando si ritiene che non basti.

La decontaminazione meccanica

Su una vernice nuda la decontaminazione meccanica è un’operazione normale, e lascia micrograffi. Non si tratta di un incidente, ma del modo in cui agisce: in un ciclo professionale la lucidatura successiva li rimuove, quindi è il primo passaggio di un’operazione in due tempi.

Quando sopra la vernice c’è un rivestimento, il secondo passaggio non è disponibile, per ragioni che vedremo fra poco.

Il poliuretano di una pellicola è più tenero del trasparente di una vernice. Una clay di grana standard vi lascia segni anche con una lubrificazione corretta, e con una lubrificazione insufficiente li lascia subito. Le pellicole di qualità riassorbono i segni leggeri, ma entro un limite: se la pressione o l’aggressività del materiale portano l’incisione oltre lo strato che si rigenera, il segno resta. STEK scrive che un graffio che penetra il topcoat non si auto-rigenera.

Quel limite non è percepibile mentre si lavora: lo si scopre dopo, quando la superficie asciuga e il segno è ancora lì.

Un punto va chiarito, perché il ragionamento viene spesso capovolto: la via meccanica non diventa legittima quando lo strato sacrificale non c’è più. Su un rivestimento è superflua in ogni caso, perché ciò che si è ancorato si toglie chimicamente, e la chimica funziona sia sopra un topper integro sia direttamente sul rivestimento. Quando il topper non c’è più, quello che cambia non è il metodo, ma il fatto che il rivestimento ha smesso di comportarsi come tale.

Se su un’auto rivestita la via meccanica comincia a sembrare necessaria, la sensazione segnala contaminazione ancorata da togliere, non un rivestimento esaurito. Sono due conclusioni diverse, e la seconda si può trarre soltanto dopo la decontaminazione.

Sulla decontaminazione meccanica in sé — che cos’è, e perché su una vernice nuda ha senso — abbiamo scritto in cos’è la clay bar e come lavora.

Il rischio dei bordi

Quanto detto finora riguarda differenze di grado. Su una pellicola esiste anche un rischio di natura diversa.

Una pellicola è composta di sezioni, e ogni sezione ha un perimetro. Un materiale che scorre sulla superficie può agganciare quel perimetro e sollevarlo. Sotto il lembo sollevato entrano umidità e sporco, il distacco progredisce, e la riparazione non è una passata correttiva: è la rimozione e la riposa della sezione.

Tre produttori lo segnalano per vie diverse. STEK sconsiglia la clay anche perché può impigliarsi nei bordi. SunTek avverte che la pressione dell’idropulitrice vicino ai bordi può sollevare il film. Le condizioni Kavaca escludono dalla copertura la delaminazione da uso improprio, citando l’alta pressione come esempio.

Su una vernice e su un coating questo rischio non esiste, perché sono superfici continue e non hanno un bordo da sollevare.

Per quanto un bordo possa essere rivestito perfettamente dal PPF resta un punto critico in manutenzione

La lucidatura

Conviene chiarire prima che cosa la lucidatura faccia, perché il suggerimento da cui siamo partiti — passaci la clay, dalle una lucidata — mette insieme due operazioni che si somigliano poco.

La lucidatura non decontamina. La decontaminazione rimuove l’eccesso ancorato alla superficie; la lucidatura elimina un difetto asportando spessore. Un abrasivo che passa sopra un contaminante ancorato tende a trascinarlo invece di toglierlo, ed è la ragione per cui in un ciclo professionale su vernice nuda la decontaminazione è un passaggio a sé, che viene prima. Se la lucidatura decontaminasse, quel passaggio non esisterebbe.

Le due cose possono coesistere. Un insetto o un escremento di uccello lasciati troppo a lungo sono un eccesso ancorato, e sotto può esserci un’incisione che il contaminante stesso ha prodotto. Restano però due problemi distinti, con due soluzioni distinte: togliere l’uno non elimina l’altra, e nessuna delle due operazioni fa il lavoro dell’altra.

Una superficie ruvida, quindi, non è un problema che la lucidatura risolva — nemmeno su una vernice, dove pure è disponibile.

Cosa dicono i venditori di lucidanti

Resta la domanda se sopra un rivestimento la lucidatura sia praticabile. Alcune fonti sostengono di sì, e in genere sono venditori di lucidanti: esistono prodotti presentati come adatti a lucidare una pellicola. Leggendo come li descrivono i produttori stessi, però, la contraddizione si scioglie. Gyeon, per il proprio prodotto dedicato al PPF, indica particelle blandamente abrasive che restituiscono trasparenza e brillantezza senza intaccare il film, e la rimozione di velature e ossidazione. Sono difetti privi di profondità.

Un segno inciso in quell’elenco non compare. Per togliere un’incisione occorre asportare materiale fino al suo fondo, e su un rivestimento sottile un prodotto capace di farlo asporterebbe anche il rivestimento. Il prodotto è sicuro proprio perché abrade pochissimo, e per la stessa ragione non rimuove i segni: pulisce la superficie e le restituisce brillantezza, che è un lavoro diverso.

La descrizione del produttore, quindi, è corretta. Quello che non regge è la lettura che se ne fa, cioè che esista un modo di lucidare un rivestimento senza consumarlo.

Il calore come misura del lavoro svolto

Lo conferma, per un’altra strada, il modo in cui i produttori trattano il calore. Su una pellicola il calore va contenuto, perché è la stessa cosa che innesca l’auto-rigenerazione e in eccesso danneggia il topcoat. Lo stesso produttore raccomanda per il proprio prodotto l’applicazione a mano, con un tampone da finitura.

Vale la pena vedere da dove viene quel calore. È attrito, cioè il lavoro meccanico che si sta facendo, e dipende dall’aggressività del tampone e dai giri o dalle orbite della macchina: le stesse due variabili che determinano quanto materiale viene asportato. Crescono insieme.

Un tetto al calore è quindi un tetto a quanto lavoro l’operazione può fare. La raccomandazione di procedere a mano lo conferma da sola: un tampone mosso a mano non asporta materiale in misura apprezzabile. Se quella è la modalità corretta, ciò che si sta facendo non rientra nella correzione.

Quale rimedio esiste, materiale per materiale

Resta da vedere quale rimedio ci sia quando un segno c’è già, e la risposta cambia con il materiale.

Sulla vernice il rimedio è la lucidatura stessa, con un costo noto: si consuma trasparente, che è una risorsa limitata ma disponibile.

Su un coating non esiste, perché lucidare un coating significa toglierlo: è ciò che la lucidatura fa a uno strato di quello spessore.

Non sempre è una scelta di manutenzione. Ci sono lavori che non riguardano il coating e che lo rimuovono lo stesso: la riparazione di una grandinata che non ha danneggiato la vernice, o l’eliminazione di un difetto superficiale lasciato da un evento aggressivo. In nessuno dei due si rivernicia, si lucida — e dove si lucida il coating non c’è più.

Quando invece l’intervento prevede la riverniciatura il caso è più semplice: il pannello si vernicia per intero, il proprietario lo sa, e la protezione va comunque rifatta.

Il problema nasce con la lucidatura localizzata. L’area trattata si comporta in modo diverso dal resto del pannello, e la differenza si vede ogni volta che l’auto si bagna. Per questo un lavoro del genere si chiude lucidando l’intero pannello e riapplicando il coating da zero: l’unità di intervento è il pannello, non il punto.

Su un PPF auto-rigenerante il rimedio esiste, e non è la lucidatura: è la pellicola stessa, che riassorbe i segni leggeri con il calore, entro il limite già descritto. Oltre quel limite si ricade nel caso successivo.

Su un PPF senza auto-rigenerazione non c’è rimedio: il segno resta, e l’unica alternativa è sostituire la sezione.

Su un vinile i graffi profondi non si recuperano: si sostituisce il pannello, e sulle finiture opache e satinate il margine è ancora più stretto, perché un lucidante o una cera tradizionale lasciano chiazze lucide irreversibili.

La sostituzione porta con sé una variabile che sul PPF non esiste. I produttori chiedono lo stesso lotto di produzione su tutta l’auto, e a distanza di anni quel lotto può non essere più reperibile; fra un lotto e l’altro le differenze di tono sono minime e possono anche non notarsi. Nessuno dei due passaggi è certo, ed è proprio questo il punto: su un PPF trasparente la questione non si pone.

Cofano nero bagnato: fuori dall'area evidenziata l'acqua forma gocce distinte, dentro si stende in un velo continuo perché la zona è stata lucidata e il coating è stato rimosso.

Quando un coating ha smesso di funzionare

Esiste poi un intervento che non rientra in questo schema. Quando un coating ha smesso di funzionare — non quando è peggiorato l’aspetto, ma quando ha smesso di comportarsi da coating — se ne può rimuovere una parte e integrare quello che resta con uno strato nuovo. Non riporta la superficie alle condizioni iniziali: restituisce un grado di protezione inferiore all’originale, con durata limitata, e chiede a sua volta un mantenimento almeno annuale. E non contraddice la regola per cui lucidare un coating significa toglierlo, perché il coating viene tolto davvero: l’operazione si giustifica in quanto ciò che si toglie aveva già smesso di lavorare.

Se sia il caso si stabilisce nell’ordine descritto sopra, decontaminando e guardando poi come la superficie tratta l’acqua. Per questo su un’auto non ancora decontaminata non è proponibile.

Riguarda il coating applicato sulla vernice, e non le pellicole. Su una pellicola ciò che protegge è la pellicola stessa: il ceramico che le sta sopra ha una formula diversa da quella per vernice, perché non deve irrigidire il film, e non è quello a svolgere la funzione protettiva. Non c’è quindi nulla da reintegrare, e l’intervento che ha senso è decontaminare e rimettere il booster.

Cosa dicono i produttori

Fin qui si è parlato di materiali. Quando qualcosa va storto, però, la questione diventa di responsabilità.

XPEL ammette la clay nelle istruzioni di cura dei propri film lucidi. Nella pagina dedicata a Stealth, la versione a finitura satinata, quella riga non compare, e la raccomandazione di preservare la brillantezza è sostituita da quella di mantenere la finitura satinata. La distinzione è motivata, e per la stessa ragione che vale su un vinile opaco: un’azione abrasiva vi lascia zone lucide.

Le condizioni di garanzia, però, escludono i danni provocati da tecniche di lavaggio improprie, da attrezzi che possano provocare abrasione o da terzi non autorizzati. I due documenti non si contraddicono: si dividono i compiti. L’operazione è ammessa, ma il rischio resta al proprietario.

SunTek ammette una cera blandamente abrasiva per una macchia che non se ne va, e raccomanda di limitare l’operazione al bisogno o comunque a una volta ogni dodici-diciotto mesi. Della ragione di quel tetto non dice nulla, ed è l’unico fra i cinque a indicarne uno: gli altri ammettono, escludono o rimandano a un professionista, ma nessuno conta le volte.

STEK sconsiglia la clay, dichiara che i propri film non hanno bisogno di essere lucidati e per i casi seri rimanda a un prodotto riservato ai professionisti.

Kavaca adotta la formulazione più ampia fra quelle esaminate: non vieta una tecnica, esclude un’intera categoria di prodotti — compound abrasivi, polish e prodotti di terze parti — e subordina la copertura a un servizio periodico obbligatorio.

3M, sulla propria pellicola per wrapping, non nomina la clay, esclude le lucidature abrasive e raccomanda un proprio lucidante da finitura per i residui ostinati sulle finiture lucide.

Stabilire chi abbia ragione non è utile, perché ciascuno scrive istruzioni per il proprio materiale. Un topcoat elastomerico che riassorbe i segni tollera operazioni che un film senza quella caratteristica non tollera. Un produttore che vende anche il proprio booster prescrive un ciclo che un altro non prescrive.

La conseguenza pratica è che un’istruzione valida per una pellicola non vale per un’altra: una risposta corretta riferita a un certo film, letta da chi ne ha uno diverso, diventa sbagliata. È il limite di gran parte di ciò che si trova cercando questa domanda, e vale anche per le promesse commerciali — un prodotto presentato come adatto a tutte le pellicole non può essere stato verificato contro le condizioni di ciascuna.

Chi può dire cosa è ammesso su una determinata pellicola è chi sa quale pellicola sia. Vale per i flaconi e vale per le persone: chi si offre di decontaminare o lucidare una pellicola dovrebbe saper dire di che film si tratta e cosa prevedono le sue condizioni. Se non lo sa, sta decidendo su una copertura che non è sua.

Riepilogo

Le quattro righe sono i quattro materiali e rispondono alle stesse quattro domande dando risposte diverse.

Chimica Meccanica Lucidatura Se qualcosa va storto

Coating (su vernice o su pellicola)

prescritta da tutti, con prodotti che non ne portino via l’idrorepellenza lo consuma, ed è comunque superflua: la chimica risolve lo rimuove si riapplica il coating

Topcoat di PPF, auto-rigenerante

prescritta, con prodotti dedicati al film lascia segni anche se fatta bene; quelli entro la soglia del topcoat si riassorbono, gli altri restano, e lo si scopre solo dopo; bordi a rischio ammessa da alcuni, esclusa da altri, con tetti di frequenza dove ammessa oltre la soglia nessun rimedio: il segno resta, oppure si sostituisce la sezione

PPF senza auto-rigenerazione

come sopra come sopra, ma nessun segno si riassorbe esclusa: i segni che lascia non si riassorbono nessun rimedio: il segno resta, oppure si sostituisce la sezione

Wrapping in vinile

prescritta; prodotti dedicati alla finitura, niente solventi né derivati del petrolio esclusa esclusa; su opaco lascia chiazze irreversibili i sostituisce il pannello; il lotto originale può non essere più reperibile, e in quel caso il tono può non coincidere

Come lavoriamo noi

Sulle pellicole non eseguiamo decontaminazione meccanica con clay bar né lucidature, né sulle nostre né su quelle applicate da altri, e le abbiamo escluse dai protocolli anche dove le condizioni del produttore le tollererebbero.

La ragione è quella descritta in questa pagina. La via chimica risolve, eventualmente ripetendo l’operazione più volte invece di aumentare l’energia. E quando non risolve del tutto, non troviamo comunque motivi sufficienti per passare a un intervento il cui esito nessuno garantisce e che può peggiorare la situazione anziché migliorarla.

Fa eccezione l’intervento sul coating descritto più sopra, dove si rimuove parzialmente un coating che ha smesso di funzionare per integrarlo con uno nuovo: lì l’abrasione è parte dell’operazione. La differenza è che si interviene su uno strato del quale è già stato accertato che non lavora più.

È la conseguenza che abbiamo tratto da un quadro in cui la certezza non è disponibile, non una regola che proponiamo ad altri.

In sintesi

Decontaminare e lucidare hanno oggetti diversi: la prima toglie l’eccesso ancorato alla superficie, la seconda elimina un difetto asportando spessore. Su un rivestimento la seconda non è disponibile.

I produttori divergono perché ciascuno scrive per il proprio materiale: la risposta corretta esiste, ma è riferita a un prodotto specifico.

Lo stato di una protezione si legge da come si comporta con l’acqua, e solo dopo averla decontaminata. Prima si legge il contaminante.

Il modo più affidabile di rispondere alla domanda iniziale resta non doversela porre. Una superficie seguita con regolarità non richiede interventi straordinari, e un intervento straordinario è per definizione un rischio che si sarebbe potuto evitare.

Resta da sapere cosa si ha sulla propria auto. È la sola domanda di questa pagina con una risposta valida per tutti, e la risposta è che si può chiedere a chi l’ha applicata.

Chi ha fatto proteggere o rivestire la propria auto prima o poi incontra la stessa situazione. La superficie non è più liscia come prima, l’acqua non scivola via come il primo anno, oppure resta una macchia che il lavaggio non toglie. E da qualche parte, un forum o un conoscente, arriva il suggerimento: passaci la clay, dalle una lucidata.

La domanda che ne segue è sempre la stessa: si può fare sulla mia?

Cercando una risposta si trovano posizioni molto diverse fra loro. Alcuni produttori vietano l’operazione. Altri non la vietano, ma nelle condizioni di garanzia escludono i danni che ne derivano. Altri la ammettono entro un limite che non è riconoscibile mentre si lavora. E in commercio esistono prodotti presentati come adatti a qualunque pellicola.

Questa varietà di posizioni è già di per sé il dato più utile: significa che l’esito di un intervento del genere non è garantito da nessuno, nemmeno da chi produce i materiali.

Da qui segue la conclusione di questa pagina, che conviene anticipare. Alla domanda se si possa passare la clay o dare una lucidata alla propria pellicola non si risponde né sì né no. Si risponde che con una manutenzione regolare quella domanda non si presenta, perché la contaminazione non arriva al punto in cui serve energia meccanica per toglierla.

Questa pagina fa parte di come si mantiene un’auto con coating, PPF o wrapping e si occupa della decontaminazione e della lucidatura: di quando pulire non basta.

Lucidare significa due cose diverse

Una parte del malinteso è di vocabolario: nel linguaggio comune lucidare indica due operazioni molto diverse fra loro.

La prima è ravvivare: restituire lucentezza a una superficie che ce l’ha ancora, di solito aggiungendo qualcosa sopra. Non si toglie nulla, e l’operazione è reversibile.

La seconda è correggere: asportare materiale finché il difetto, un graffio o un’incisione, non è più visibile. Qui si consuma superficie, e ciò che è stato tolto non torna.

Quando qualcuno dice di aver dato una lucidata, chi ascolta non sa quale delle due cose sia successa. Su una vernice la differenza pesa poco, perché lo strato di trasparente è abbastanza spesso da assorbire entrambe. Su un rivestimento pesa molto, perché lo spessore disponibile è una frazione di quello e la seconda operazione lo attraversa.

Si può lucidare un coating?

Protezione e rivestimento non sono sinonimi

Un coating ceramico e una pellicola PPF, anche colorata, proteggono: sono progettati per questo, e si consumano al posto della vernice.

Un vinile da wrapping copre. Coprendo ripara anche la vernice dalla luce e dagli agenti atmosferici, ma è una conseguenza del coprire e non una funzione protettiva progettata: contro un sasso non fa da schermo, e un graffio profondo non si recupera. Ne abbiamo scritto in quanto dura davvero un wrapping in vinile.

In questa pagina i tre materiali stanno insieme perché hanno una cosa in comune: sopra la vernice c’è qualcosa di sottile. Questo basta a rendere sbagliati gli stessi gesti su tutti e tre, ma non a renderli equivalenti. Da qui in avanti, quindi, rivestimento indica tutti e tre; protezione soltanto coating e PPF.

Tre operazioni, in ordine di aggressività

Su una superficie che il lavaggio ordinario non ha pulito si può intervenire in tre modi.

Il primo è chimico. Un prodotto scioglie o converte il contaminante, che va via con il risciacquo; sulla superficie non agisce nulla di solido. È il modo meno invasivo dei tre, il che non significa che sia innocuo: fra un prodotto e l’altro la differenza di aggressività è ampia quanto quella fra la via chimica e quella meccanica.

Il secondo è meccanico. Un materiale — la clay, un panno abrasivo, una spugna dedicata — si appoggia sulla superficie e ci scorre sopra, catturando ciò che sporge. Deve toccare e deve strisciare: sono le condizioni del suo funzionamento.

Il terzo è la lucidatura. Un abrasivo consuma uno strato sottile di superficie, portando via il difetto insieme a una parte di ciò che lo circonda. Il suo oggetto è la superficie stessa, e non ciò che vi si è depositato.

Il criterio che li ordina è quello generale della manutenzione: il lavoro giusto è il meno aggressivo che risolve il compito.La difficoltà sta nello stabilire quale sia sufficiente, perché dipende da cosa c’è sopra la vernice.

La decontaminazione chimica

Sulla via chimica i produttori di pellicole e di coating concordano. Non si limitano ad ammetterla: la prescrivono.

I nomi che seguono torneranno più avanti. XPEL, SunTek, STEK e Kavaca producono pellicole per carrozzeria; 3M produce, fra le altre cose, i vinili da wrapping. Li citiamo come esempio, ed è un esempio scelto: appartengono tutti alla fascia alta del mercato. Le differenze che emergeranno non riguardano quindi prodotti economici, ma alcuni dei materiali migliori in circolazione.

Di ciascun produttore circolano due documenti distinti, che conviene tenere separati: le istruzioni di cura, cioè come chiedono che il materiale venga trattato, e le condizioni di garanzia, cioè cosa accettano di coprire. Non sempre dicono la stessa cosa.

Kavaca, per trasparenza, è la pellicola che applichiamo noi. Compare qui perché ha le condizioni più severe fra quelle che abbiamo letto.

Kavaca subordina la validità della copertura a un servizio periodico presso applicatore autorizzato, che comprende lavaggio, decontaminazione e ispezione; nel protocollo quella decontaminazione è esclusivamente chimica. XPEL prevede, per parte della gamma, un’ispezione annuale con la stessa struttura, e per la manutenzione ordinaria indica un detergente dedicato, alcol isopropilico per le macchie e un booster ceramico ogni sei mesi. STEK sconsiglia la via meccanica e indica al suo posto due decontaminanti chimici, uno per il catrame e uno per le particelle ferrose, che considera i contaminanti in grado di degradare il film. Anche i prodotti da banco pensati per rinnovare una pellicola seguono la stessa logica: abbinano un abrasivo leggero e un protettivo siliceo nello stesso flacone.

Pur divergendo su altri punti, questi produttori adottano la stessa sequenza: togliere con la minima energia, poi richiudere.

decontaminazione auto con ppf da residui ferrosi

Il secondo passaggio: rimettere uno strato sacrificale

Il secondo passaggio viene eseguito di rado. Quello che i produttori chiamano booster o topper non è un ritocco estetico: rimette uno strato sacrificale sopra il rivestimento. Finché quello strato è integro, la contaminazione si lega a lui, e toglierla significa lavorare chimicamente su qualcosa che verrà comunque rinnovato. È il motivo per cui su un’auto seguita in questo modo la superficie non arriva nella condizione in cui si propone di passarci sopra qualcosa di ruvido.

L’aggressività varia anche fra i prodotti chimici

Chimico però non vuol dire innocuo. Uno shampoo a pH neutro pensato per superfici rivestite e uno sgrassante alcalino da officina agiscono entrambi per via chimica, ma il secondo porta via l’idrorepellenza insieme allo sporco. Un solvente che scioglie il catrame è efficace, e su un vinile può attaccare i plastificanti che tengono elastica la pellicola. Un decontaminante ferroso agisce aggredendo il metallo: è ciò che deve fare, ed è la ragione per cui non lo si lascia agire a piacere.

Il criterio del minimo necessario, quindi, non vale soltanto fra le tre vie: vale anche dentro ciascuna. Fra i prodotti chimici esiste una scala che va da quelli studiati per un certo rivestimento fino a quelli che quel rivestimento lo portano via.

Perché si decontamina prima di valutare lo stato

C’è infine una ragione per cui la decontaminazione chimica viene per prima, e non riguarda la delicatezza: è quella che permette di sapere in che stato sia la protezione.

L’indicatore è il modo in cui la superficie tratta l’acqua. Una superficie contaminata però la tratta male anche quando la protezione sotto è intatta, perché ciò che si è ancorato la copre. Valutare lo stato prima di aver decontaminato significa leggere il contaminante e attribuirlo alla protezione, concludendo che è esaurita quando è soltanto sporca.

L’ordine corretto è quindi prima la decontaminazione chimica, poi la valutazione. E il prodotto usato per decontaminare non deve essere fra quelli che portano via l’idrorepellenza, altrimenti si finisce per misurare l’effetto del prodotto invece dello stato del rivestimento.

Lo stesso vale, in forma più netta, per la lucidatura: chi lucida prima di valutare non potrà più sapere in che stato fosse ciò che ha tolto.

Come lavora la decontaminazione chimica su una vernice non protetta l’abbiamo raccontato in la decontaminazione della carrozzeria. Qui interessa il caso opposto: quando non basta, o quando si ritiene che non basti.

La decontaminazione meccanica

Su una vernice nuda la decontaminazione meccanica è un’operazione normale, e lascia micrograffi. Non si tratta di un incidente, ma del modo in cui agisce: in un ciclo professionale la lucidatura successiva li rimuove, quindi è il primo passaggio di un’operazione in due tempi.

Quando sopra la vernice c’è un rivestimento, il secondo passaggio non è disponibile, per ragioni che vedremo fra poco.

Il poliuretano di una pellicola è più tenero del trasparente di una vernice. Una clay di grana standard vi lascia segni anche con una lubrificazione corretta, e con una lubrificazione insufficiente li lascia subito. Le pellicole di qualità riassorbono i segni leggeri, ma entro un limite: se la pressione o l’aggressività del materiale portano l’incisione oltre lo strato che si rigenera, il segno resta. STEK scrive che un graffio che penetra il topcoat non si auto-rigenera.

Quel limite non è percepibile mentre si lavora: lo si scopre dopo, quando la superficie asciuga e il segno è ancora lì.

Un punto va chiarito, perché il ragionamento viene spesso capovolto: la via meccanica non diventa legittima quando lo strato sacrificale non c’è più. Su un rivestimento è superflua in ogni caso, perché ciò che si è ancorato si toglie chimicamente, e la chimica funziona sia sopra un topper integro sia direttamente sul rivestimento. Quando il topper non c’è più, quello che cambia non è il metodo, ma il fatto che il rivestimento ha smesso di comportarsi come tale.

Se su un’auto rivestita la via meccanica comincia a sembrare necessaria, la sensazione segnala contaminazione ancorata da togliere, non un rivestimento esaurito. Sono due conclusioni diverse, e la seconda si può trarre soltanto dopo la decontaminazione.

Sulla decontaminazione meccanica in sé — che cos’è, e perché su una vernice nuda ha senso — abbiamo scritto in cos’è la clay bar e come lavora.

Il rischio dei bordi

Quanto detto finora riguarda differenze di grado. Su una pellicola esiste anche un rischio di natura diversa.

Una pellicola è composta di sezioni, e ogni sezione ha un perimetro. Un materiale che scorre sulla superficie può agganciare quel perimetro e sollevarlo. Sotto il lembo sollevato entrano umidità e sporco, il distacco progredisce, e la riparazione non è una passata correttiva: è la rimozione e la riposa della sezione.

Tre produttori lo segnalano per vie diverse. STEK sconsiglia la clay anche perché può impigliarsi nei bordi. SunTek avverte che la pressione dell’idropulitrice vicino ai bordi può sollevare il film. Le condizioni Kavaca escludono dalla copertura la delaminazione da uso improprio, citando l’alta pressione come esempio.

Su una vernice e su un coating questo rischio non esiste, perché sono superfici continue e non hanno un bordo da sollevare.

Per quanto un bordo possa essere rivestito perfettamente dal PPF resta un punto critico in manutenzione

La lucidatura

Conviene chiarire prima che cosa la lucidatura faccia, perché il suggerimento da cui siamo partiti — passaci la clay, dalle una lucidata — mette insieme due operazioni che si somigliano poco.

La lucidatura non decontamina. La decontaminazione rimuove l’eccesso ancorato alla superficie; la lucidatura elimina un difetto asportando spessore. Un abrasivo che passa sopra un contaminante ancorato tende a trascinarlo invece di toglierlo, ed è la ragione per cui in un ciclo professionale su vernice nuda la decontaminazione è un passaggio a sé, che viene prima. Se la lucidatura decontaminasse, quel passaggio non esisterebbe.

Le due cose possono coesistere. Un insetto o un escremento di uccello lasciati troppo a lungo sono un eccesso ancorato, e sotto può esserci un’incisione che il contaminante stesso ha prodotto. Restano però due problemi distinti, con due soluzioni distinte: togliere l’uno non elimina l’altra, e nessuna delle due operazioni fa il lavoro dell’altra.

Una superficie ruvida, quindi, non è un problema che la lucidatura risolva — nemmeno su una vernice, dove pure è disponibile.

Cosa dicono i venditori di lucidanti

Resta la domanda se sopra un rivestimento la lucidatura sia praticabile. Alcune fonti sostengono di sì, e in genere sono venditori di lucidanti: esistono prodotti presentati come adatti a lucidare una pellicola. Leggendo come li descrivono i produttori stessi, però, la contraddizione si scioglie. Gyeon, per il proprio prodotto dedicato al PPF, indica particelle blandamente abrasive che restituiscono trasparenza e brillantezza senza intaccare il film, e la rimozione di velature e ossidazione. Sono difetti privi di profondità.

Un segno inciso in quell’elenco non compare. Per togliere un’incisione occorre asportare materiale fino al suo fondo, e su un rivestimento sottile un prodotto capace di farlo asporterebbe anche il rivestimento. Il prodotto è sicuro proprio perché abrade pochissimo, e per la stessa ragione non rimuove i segni: pulisce la superficie e le restituisce brillantezza, che è un lavoro diverso.

La descrizione del produttore, quindi, è corretta. Quello che non regge è la lettura che se ne fa, cioè che esista un modo di lucidare un rivestimento senza consumarlo.

Il calore come misura del lavoro svolto

Lo conferma, per un’altra strada, il modo in cui i produttori trattano il calore. Su una pellicola il calore va contenuto, perché è la stessa cosa che innesca l’auto-rigenerazione e in eccesso danneggia il topcoat. Lo stesso produttore raccomanda per il proprio prodotto l’applicazione a mano, con un tampone da finitura.

Vale la pena vedere da dove viene quel calore. È attrito, cioè il lavoro meccanico che si sta facendo, e dipende dall’aggressività del tampone e dai giri o dalle orbite della macchina: le stesse due variabili che determinano quanto materiale viene asportato. Crescono insieme.

Un tetto al calore è quindi un tetto a quanto lavoro l’operazione può fare. La raccomandazione di procedere a mano lo conferma da sola: un tampone mosso a mano non asporta materiale in misura apprezzabile. Se quella è la modalità corretta, ciò che si sta facendo non rientra nella correzione.

Quale rimedio esiste, materiale per materiale

Resta da vedere quale rimedio ci sia quando un segno c’è già, e la risposta cambia con il materiale.

Sulla vernice il rimedio è la lucidatura stessa, con un costo noto: si consuma trasparente, che è una risorsa limitata ma disponibile.

Su un coating non esiste, perché lucidare un coating significa toglierlo: è ciò che la lucidatura fa a uno strato di quello spessore.

Non sempre è una scelta di manutenzione. Ci sono lavori che non riguardano il coating e che lo rimuovono lo stesso: la riparazione di una grandinata che non ha danneggiato la vernice, o l’eliminazione di un difetto superficiale lasciato da un evento aggressivo. In nessuno dei due si rivernicia, si lucida — e dove si lucida il coating non c’è più.

Quando invece l’intervento prevede la riverniciatura il caso è più semplice: il pannello si vernicia per intero, il proprietario lo sa, e la protezione va comunque rifatta.

Il problema nasce con la lucidatura localizzata. L’area trattata si comporta in modo diverso dal resto del pannello, e la differenza si vede ogni volta che l’auto si bagna. Per questo un lavoro del genere si chiude lucidando l’intero pannello e riapplicando il coating da zero: l’unità di intervento è il pannello, non il punto.

Su un PPF auto-rigenerante il rimedio esiste, e non è la lucidatura: è la pellicola stessa, che riassorbe i segni leggeri con il calore, entro il limite già descritto. Oltre quel limite si ricade nel caso successivo.

Su un PPF senza auto-rigenerazione non c’è rimedio: il segno resta, e l’unica alternativa è sostituire la sezione.

Su un vinile i graffi profondi non si recuperano: si sostituisce il pannello, e sulle finiture opache e satinate il margine è ancora più stretto, perché un lucidante o una cera tradizionale lasciano chiazze lucide irreversibili.

La sostituzione porta con sé una variabile che sul PPF non esiste. I produttori chiedono lo stesso lotto di produzione su tutta l’auto, e a distanza di anni quel lotto può non essere più reperibile; fra un lotto e l’altro le differenze di tono sono minime e possono anche non notarsi. Nessuno dei due passaggi è certo, ed è proprio questo il punto: su un PPF trasparente la questione non si pone.

Cofano nero bagnato: fuori dall'area evidenziata l'acqua forma gocce distinte, dentro si stende in un velo continuo perché la zona è stata lucidata e il coating è stato rimosso.

Quando un coating ha smesso di funzionare

Esiste poi un intervento che non rientra in questo schema. Quando un coating ha smesso di funzionare — non quando è peggiorato l’aspetto, ma quando ha smesso di comportarsi da coating — se ne può rimuovere una parte e integrare quello che resta con uno strato nuovo. Non riporta la superficie alle condizioni iniziali: restituisce un grado di protezione inferiore all’originale, con durata limitata, e chiede a sua volta un mantenimento almeno annuale. E non contraddice la regola per cui lucidare un coating significa toglierlo, perché il coating viene tolto davvero: l’operazione si giustifica in quanto ciò che si toglie aveva già smesso di lavorare.

Se sia il caso si stabilisce nell’ordine descritto sopra, decontaminando e guardando poi come la superficie tratta l’acqua. Per questo su un’auto non ancora decontaminata non è proponibile.

Riguarda il coating applicato sulla vernice, e non le pellicole. Su una pellicola ciò che protegge è la pellicola stessa: il ceramico che le sta sopra ha una formula diversa da quella per vernice, perché non deve irrigidire il film, e non è quello a svolgere la funzione protettiva. Non c’è quindi nulla da reintegrare, e l’intervento che ha senso è decontaminare e rimettere il booster.

Cosa dicono i produttori

Fin qui si è parlato di materiali. Quando qualcosa va storto, però, la questione diventa di responsabilità.

XPEL ammette la clay nelle istruzioni di cura dei propri film lucidi. Nella pagina dedicata a Stealth, la versione a finitura satinata, quella riga non compare, e la raccomandazione di preservare la brillantezza è sostituita da quella di mantenere la finitura satinata. La distinzione è motivata, e per la stessa ragione che vale su un vinile opaco: un’azione abrasiva vi lascia zone lucide.

Le condizioni di garanzia, però, escludono i danni provocati da tecniche di lavaggio improprie, da attrezzi che possano provocare abrasione o da terzi non autorizzati. I due documenti non si contraddicono: si dividono i compiti. L’operazione è ammessa, ma il rischio resta al proprietario.

SunTek ammette una cera blandamente abrasiva per una macchia che non se ne va, e raccomanda di limitare l’operazione al bisogno o comunque a una volta ogni dodici-diciotto mesi. Della ragione di quel tetto non dice nulla, ed è l’unico fra i cinque a indicarne uno: gli altri ammettono, escludono o rimandano a un professionista, ma nessuno conta le volte.

STEK sconsiglia la clay, dichiara che i propri film non hanno bisogno di essere lucidati e per i casi seri rimanda a un prodotto riservato ai professionisti.

Kavaca adotta la formulazione più ampia fra quelle esaminate: non vieta una tecnica, esclude un’intera categoria di prodotti — compound abrasivi, polish e prodotti di terze parti — e subordina la copertura a un servizio periodico obbligatorio.

3M, sulla propria pellicola per wrapping, non nomina la clay, esclude le lucidature abrasive e raccomanda un proprio lucidante da finitura per i residui ostinati sulle finiture lucide.

Stabilire chi abbia ragione non è utile, perché ciascuno scrive istruzioni per il proprio materiale. Un topcoat elastomerico che riassorbe i segni tollera operazioni che un film senza quella caratteristica non tollera. Un produttore che vende anche il proprio booster prescrive un ciclo che un altro non prescrive.

La conseguenza pratica è che un’istruzione valida per una pellicola non vale per un’altra: una risposta corretta riferita a un certo film, letta da chi ne ha uno diverso, diventa sbagliata. È il limite di gran parte di ciò che si trova cercando questa domanda, e vale anche per le promesse commerciali — un prodotto presentato come adatto a tutte le pellicole non può essere stato verificato contro le condizioni di ciascuna.

Chi può dire cosa è ammesso su una determinata pellicola è chi sa quale pellicola sia. Vale per i flaconi e vale per le persone: chi si offre di decontaminare o lucidare una pellicola dovrebbe saper dire di che film si tratta e cosa prevedono le sue condizioni. Se non lo sa, sta decidendo su una copertura che non è sua.

Riepilogo

Le quattro righe sono i quattro materiali e rispondono alle stesse quattro domande dando risposte diverse.

Chimica Meccanica Lucidatura Se qualcosa va storto

Coating (su vernice o su pellicola)

prescritta da tutti, con prodotti che non ne portino via l’idrorepellenza lo consuma, ed è comunque superflua: la chimica risolve lo rimuove si riapplica il coating

Topcoat di PPF, auto-rigenerante

prescritta, con prodotti dedicati al film lascia segni anche se fatta bene; quelli entro la soglia del topcoat si riassorbono, gli altri restano, e lo si scopre solo dopo; bordi a rischio ammessa da alcuni, esclusa da altri, con tetti di frequenza dove ammessa oltre la soglia nessun rimedio: il segno resta, oppure si sostituisce la sezione

PPF senza auto-rigenerazione

come sopra come sopra, ma nessun segno si riassorbe esclusa: i segni che lascia non si riassorbono nessun rimedio: il segno resta, oppure si sostituisce la sezione

Wrapping in vinile

prescritta; prodotti dedicati alla finitura, niente solventi né derivati del petrolio esclusa esclusa; su opaco lascia chiazze irreversibili i sostituisce il pannello; il lotto originale può non essere più reperibile, e in quel caso il tono può non coincidere

Come lavoriamo noi

Sulle pellicole non eseguiamo decontaminazione meccanica con clay bar né lucidature, né sulle nostre né su quelle applicate da altri, e le abbiamo escluse dai protocolli anche dove le condizioni del produttore le tollererebbero.

La ragione è quella descritta in questa pagina. La via chimica risolve, eventualmente ripetendo l’operazione più volte invece di aumentare l’energia. E quando non risolve del tutto, non troviamo comunque motivi sufficienti per passare a un intervento il cui esito nessuno garantisce e che può peggiorare la situazione anziché migliorarla.

Fa eccezione l’intervento sul coating descritto più sopra, dove si rimuove parzialmente un coating che ha smesso di funzionare per integrarlo con uno nuovo: lì l’abrasione è parte dell’operazione. La differenza è che si interviene su uno strato del quale è già stato accertato che non lavora più.

È la conseguenza che abbiamo tratto da un quadro in cui la certezza non è disponibile, non una regola che proponiamo ad altri.

In sintesi

Decontaminare e lucidare hanno oggetti diversi: la prima toglie l’eccesso ancorato alla superficie, la seconda elimina un difetto asportando spessore. Su un rivestimento la seconda non è disponibile.

I produttori divergono perché ciascuno scrive per il proprio materiale: la risposta corretta esiste, ma è riferita a un prodotto specifico.

Lo stato di una protezione si legge da come si comporta con l’acqua, e solo dopo averla decontaminata. Prima si legge il contaminante.

Il modo più affidabile di rispondere alla domanda iniziale resta non doversela porre. Una superficie seguita con regolarità non richiede interventi straordinari, e un intervento straordinario è per definizione un rischio che si sarebbe potuto evitare.

Resta da sapere cosa si ha sulla propria auto. È la sola domanda di questa pagina con una risposta valida per tutti, e la risposta è che si può chiedere a chi l’ha applicata.

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Cos’è la nanotecnologia?

E’ un ramo della scienza che si occupa del controllo e della manipolazione della materia su scala dimensionale nanometrica (un miliardesimo di metro). A livello “nano”,  i comportamenti e le caratteristiche della materia si modificano in modo notevole con proprietà e funzionalità che vanno fondamentalmente in due direzioni: o sono notevolmente migliorate o sono completamente nuove.

Cos’è Ceramic Pro?

E’ un liquido trasparente a base di biossido di silicio composto di nanomolecole. Una volta applicato, le nanomolecole riempiono gli spazi vuoti esistenti sulla superficie fino a formare una barriera che isola il substrato originale dai contaminanti del mondo esterno. 

Ceramic Pro può danneggiare la mia auto?

No. Ceramic Pro è assolutamente sicuro, per qualsiasi superficie. Non danneggia vernice o trasparente e non inficia la garanzia originale della tua auto.

Ceramic Pro può nel tempo crepare, pelare o ingiallire?

No. Tutti i prodotti Ceramic Pro sono sottoposti a severi test da parte di SGS, che ne garantiscono l’assoluta affidabilità anche in questo senso.

Ceramic Pro è un’alternativa alla cera?

Sì, una alternativa di gran lunga più performante, sotto tutti i punti di vista, e durevole. Una volta applicato il Ceramic Pro non c’è più bisogno di alcuna cera o altro protettivo. La manutenzione a tuo carico richiede solo lavaggio con acqua e detersivo neutro.

Posso acquistare e applicare da solo Ceramic Pro?

No. Il Ceramic Pro può essere venduto ed applicato esclusivamente da centri certificati ed autorizzati. Ogni altra soluzione, oltre a rischiare di creare danni alla superficie e compromettere il risultato finale, fa decadere ogni diritto alla garanzia.

È applicabile anche su veicoli opachi?

Sì. Anzi, proprio perché i trasparenti opachi sono particolarmente problematici in tema di mantenimento e manutenzione, l’applicazione del Ceramic Pro è ancora più utile e funzionale.

La protezione contro i graffi è assoluta?

La durezza del Ceramic Pro è tre volte superiore a quella di un tradizionale trasparente. Ciò aumenta notevolmente la resistenza della superficie, ma, nonostante ciò, non è possibile fornire una garanzia assoluta contro graffi, scheggiature e abrasioni. Eventuali difetti eventualmente creatisi al di sopra dello strato di base verniciante, però, possono essere molto più facilmente ripristinati.

Che tipo di manutenzione è necessaria?

Per una corretta manutenzione è sufficiente lavare a mano periodicamente la vettura, con solo detergente neutro. Oltre a questo è necessario svolgere, presso il nostro centro, il ciclo di mantenimento annuale.

In cosa consiste l’attività di mantenimento?

Si tratta di un passaggio annuale presso il nostro centro al fine di una verifica dello stato della protezione ed il ripristino di eventuali particelle superficiali di prodotto deteriorate. Il prezzo di tale attività è già incluso nel costo del pacchetto acquistato.

Viene fornita una garanzia con Ceramic Pro?

Sì, per il periodo indicato in funzione del tipo di trattamento (da due anni fino a vita). La validità della garanzia è subordinata alla puntuale esecuzione del ciclo di mantenimento.

Quanto costa Ceramic Pro?

Dipende dal pacchetto scelto, dalle dimensioni e dalle condizioni del veicolo da trattare. Per dare comunque un riferimento, si parte dai 600 Euro fino ad arrivare a circa 3000 per la protezione a vita.

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